Social media e Sinodo dei Giovani. Riflessioni sull’Instrumentum Laboris

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Pubblicata l’Instrumentum Laboris in preparazione alla XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi: “ I Giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Tale documento è la sintesi dell’immenso materiale raccolto in occasione di alcune iniziative in preparazione del Sinodo: il documento preparatorio, il Seminario internazionale sulla condizione giovanile, la Riunione pre-sinodale, il “Questionario” e alcune “Osservazioni” giunte direttamente alla Segreteria del Sinodo. Ampi spazi sono stati dedicati alla riflessione della condizione digitale e alle dinamiche mediali.

«L’impatto dei social media sulla vita dei giovani non può essere sottovalutato. Sono una parte rilevante della loro identità e del loro modo di vivere». (34)

Riflettere sui giovani, infatti, vuol dire riflettere anche sull’esperienza mediale dei social network in quanto sono ormai diventati scenari pienamente incarnati nella vita sociale e personale. Per conoscere la società bisogna comprendere l’esperienza mediale. Chi non è in grado di farlo, e chi si rifiuta di compiere tale comprensione, non potrà conoscere pienamente la condizione giovanile.

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1) I GIOVANI SONO CONSAPEVOLI DELLA PRESENZA DEI RISCHI NEGLI SCENARI DIGITALI

Nel capitolo “Esperienze e Linguaggi” ai nn. 34-35 si evidenziano concetti già ampliamente affrontati e dibattuti. Si parla di quanto pervasiva sia la presenza dei media digitali nel mondo giovanile, che gli ambienti digitali hanno “un potenziale senza precedenti” nell’unire le persone e allo stesso tempo rappresentano “un territorio di solitudine, manipolazione, sfruttamento e violenza” (35).

I giovani sono consapevoli che i rischi degli scenari digitali si rendono evidenti quando favoriscono alcuni vizi: «forme di isolamento, pigrizia, desolazione e noia». Alcune problematiche evidenziate: 1) tra i giovani di tutto il mondo c’è un’abitudine a consumare prodotti multimediali in modo ossessivo; 2) la comunicazione tra i giovani rimane limitata a persone tra loro simili; 3) l’avvento dei social media ha sollevato nuove sfide sul potere che le aziende del settore esercitano sulla vita dei giovani; 4) l’ignoranza e la scarsa formazione dei pastori e in generale degli adulti riguardo l’esperienza mediale spesso considerata come una questione da demonizzare e da non attenzionare (intesa ancora soltanto sotto l’aspetto strumentale) (35).

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2) BISOGNA CAMBIARE LE MODALITA’ PER LA TRASMISSIONE DELLE FEDE E DELLA COMUNICAZIONE

Il capitolo 4, ai nn 57-58, affronta “gli effetti” antropologici del mondo digitale. L’esperienza mediale «sta cominciando ad avere impatti profondissimi sulla nozione di tempo e di spazio, sulla percezione di sé, degli altri e del mondo, sul modo di comunicare, di apprendere, di informarsi. Un approccio alla realtà che privilegia l’immagine rispetto all’ascolto e alla lettura sta modificando il modo di imparare e lo sviluppo del senso critico» (57).

Dunque non si può più continuare a illuderci che la trasmissione della fede e la comunicazione di eventi e notizie debba essere ancora effettuata senza le logiche e le dinamiche digitali (cioè quelle dei social media). A modificare l’uomo non è lo strumento ma la sua maleducazione nell’utilizzarlo.

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3) E’ NECESSARIO COMINCIARE A OFFRIRE PERCORSI DI EDUCAZIONE E DI FORMAZIONE SU COME VIVERE LA PROPRIA VITA DIGITALE

Antropologicamente l’esperienza mediale se non è educata spinge i giovani aseparare i loro comportamenti on-line da quelli off-line.

Se avviene questo: «gli spazi digitali ci rendono ciechi alla fragilità dell’altro e ci impediscono l’introspezione. Problemi come la pornografia distorcono la percezione della sessualità umana da parte dei giovani. La tecnologia usata in questo modo crea una ingannevole realtà parallela che ignora la dignità umana. Altri rischi includono: perdita di identità collegata a una rappresentazione errata della persona, costruzione virtuale della personalità e perdita del radicamento sociale. Inoltre, i rischi a lungo termine includono: perdita di memoria, cultura e creatività dinanzi all’immediatezza dell’accesso all’informazione e perdita di concentrazione legata alla frammentazione» (58).

«La Chiesa dovrebbe approfondire la propria comprensione della tecnologia in modo da poterci accompagnare a discernere come utilizzarla» (160).

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4) LE DIOCESI, LE PARROCCHIE, I CRISTIANI IMPARINO A CONSIDERARE LA RETE COME TERRENO FERTILE PER LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

«I social media costituiscono un luogo di vita con una propria cultura da evangelizzare» (161).

Nella parte III, al capitolo II, viene espresso il bisogno di dover imparare ad abitare il mondo digitalee di cominciare ad affrontare concretamente alcune problematiche di peccato inerenti la Rete. «La Chiesa dovrebbe considerare la tecnologia – in particolare Internet – come un terreno fertile per la Nuova Evangelizzazione. […] In secondo luogo, la Chiesa dovrebbe affrontare la diffusa crisi della pornografia, senza tralasciare gli abusi in rete sui minori e il cyberbullismo, e le loro pesantissime conseguenze dal punto di vista umano» (160).

La Chiesa (Diocesi, parrocchie, operatori pastorali) deve imparare ad abitare lo scenario digitale dei social network. C’è una presenza ancora troppo ancorata a logiche del Web 1.0. La realtà ecclesiale sceglie di aprirsi alla rete, aprendo un canale social, ma lo fa ancora con logiche non propriamente “social”: l’utilizzo dei social è orientato spesso unicamente a informare e non a raccontare. Esistono però «molte Conferenze Episcopali che riconoscono le potenzialità di Internet come strumento di contatto pastorale e anche di orientamento vocazionale, in particolare dove per varie ragioni la Chiesa fatica a raggiungere i giovani con altri mezzi.» (161). 

Diventa anche necessario cominciare a sensibilizzare le nuove generazioni che anche in Rete si possono commettere peccati (cyberbullismo e pornografia) e che tali peccati vanno confessati perché sono reali.

 

Don Alessandro Palermo

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