2/ Nella PASTORALE DIGITALE serve un’armonia tra COMUNICAZIONE e TECNOLOGIA

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Dedicarsi alla “pastorale digitale” vuol dire, anche, aver a che fare con strumenti tecnologici; il mondo digitale è, infatti, uno scenario fisico perché fatto di dispositivi altamente tecnologici. Diventa, pertanto, necessario: 

1) trovare un equilibro tra umanità (comunicazione) e tecnologia; 2) ricordarsi sempre che a determinare la qualità della
pastorale della comunicazione non sono gli strumenti ma il cuore dell’uomo e infine, 3) riuscire a tutti i costi a mantenere vivo l’elemento spirituale e il limite naturale dell’uomo: condizioni necessarie per evitare i rischi dell’efficientismo pastorale (l’idea che il successo dipenda unicamente dagli strumenti) e il rischio della distorsione della missione pastorale (dimenticare di prenderci cura della persona e condurla verso la salvezza)

Nell’attuale società, è urgente trovare un’adeguata e sana relazione tra uomo e tecnologia, la difficoltà sta nel fatto che umanità e tecnologia, nell’attuale società, sono inevitabilmente cosi, interconnesse che spesso con difficoltà distinguiamo il dato propriamente umano da quello tecnologico. Non possiamo negare che accanto alle sue potenzialità, esistono per l’uomo anche dei rischi. C’è chi teme che la tecnologia possa trasformarci i fanatici robotizzati fissati con l’efficienza a tutti costi, anziché condurci verso obiettivi e relazioni interpersonali propriamente umane. Altri invece sono convinti che, un utilizzo più appropriato delle tecnologie, finirà col liberarci da uno stile di vita “non umano”, spingendosi a riconsiderare quel che è veramente importante per ciascuno di noi.

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L’epoca attuale vede protagonista un uomo sempre meno interessato al futuro e all’orizzonte finale della Salvezza e sempre meno impegnato nello sforzo di accrescere il proprio benessere alla luce di una fede religiosa; sembra che non ci sia più bisogno di salvatori divini, e che non è più importante distinguere il cielo dalla terra, ma unicamente ci si colloca in un mondo più comodo e più abitabile grazie alla sola scienza e tecnica. L’uomo contemporaneo «cerca una salvezza senza fede». Questo perché in un tempo in cui ogni forma di trascendenza è vista con sospetto ed è accusata di irrazionalismo, l’unica trascendenza che ha mantenuta cittadinanza è quella della scienza e della tecnologia che si propone come superamento di ogni limite e come tentativo di soddisfare ogni bisogno.[1] Ora, non possiamo negare che la tecnologia sia anche una chance che l’uomo non può lasciarsi sfuggire, ma bisogna urgentemente trovare il giusto equilibrio per evitare che questo processo d’intelligenza crei una sorta di silenzio dell’umanità.[2]

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È anche vero che oggi la tecnologia sta amplificando la tendenza umana a sopravvalutare la sola razionalità nei confronti della spiritualità, e il pensiero tecnologico rispetto alle idee umane. L’uomo attuale non attende più nessuna redenzione, ma solamente la liberazione dai limiti che attualmente li vengono imposti: «alle speranza ultraterrene preferisce la scienza, che gli consente di iniziare la creazione di una nuova terra e di un nuovo ordine di cose, imitando in questa operazione l’azione stessa di Dio».[3] Ma considerare la tecnologia come limite e “pietra d’inciampo” per l’umanità non ci permetterà di cogliere le sue potenzialità e non ci aiuterà a superare le problematiche antropologiche che con le tecnologie si possono provocare.

03Riguardo a ciò Paolo VI, in un suo discorso al Centro di Automazione dell’Aloisianum di Gallarate, sosteneva che il cervello meccanico può essere d’aiuto al cervello spirituale. Un discorso rivoluzionario perché in esso si esprime la convinzione che l’uomo con la tecnologia compie uno «sforzo di infondere negli strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali. La materia offre allo spirito stesso un sublime ossequio». Per Paolo VI l’uomo tecnologico è l’uomo spirituale perchè la tecnologia diventa uno dei modi ordinari che l’uomo ha a disposizione per esprimere la sua naturale spiritualità.[4]

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Michael J. Dertouzos, nel suo testo “La rivoluzione incompiuta. Manifesto per una tecnologia antropocentrica”, ritiene che la tecnologia non può sussistere da sola e dovrebbe integrarsi con l’umano realizzando una sorta di fusione tra biologia e tecnica. Questa prospettiva diventa una possibile soluzione riguardo alla fondazione di un corretto rapporto tra umanità e tecnologia; avremo finalmente compiuto un grande passo avanti nella realizzazione dei sistemi intelligenti e questo avvicinerebbe ancor di più le tecnologie alle esigenze umane e potrebbe condurre alla creazione di sistemi antropocentrici definiti, con enormi conseguenze per tutti noi.[5]

 

Alessandro Palermo (amandil5)

 

____________________

Note:

[1] Cfr. Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali della CEI, Fede, Cultura, Educazione. Nodi e prospettive per la missione della Chiesa nella cultura contemporanea, Dehoniane, Bologna 2014, 157-160.

[2] Ivi, 161.

[3] Ivi, 163.

[4] Cfr. Paolo VI, Discorso al personale del Centro di automazione di analisi linguistica dell’Aloysianum – 19 giugno 1964.

[5] Cfr. Michael J. Dertouzos, La rivoluzione incompiuta. Manifesto per una tecnologia antropocentrica, Apogeo, 2002

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