Nella Chiesa la COMUNICAZIONE sia SPECIALE e non un’esibizione personale

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La comunicazione pastorale non può appiattirsi ad esibizione da palcoscenico. La logica del mostrare continuamente se stessi, di pubblicare quello che si fa, può farci dimenticare che dall’altra parte, ad ascoltare e a leggere le nostre esibizioni, c’è qualcun altro che, oltre che ad essere informato, desidera essere ascoltato, attenzionato, aiutato.

L’uomo è una specie e come ogni specie tende a mettere in mostra qualcosa di personale allo scopo di manifestarsi. A muovere la comunicazione è, appunto, questa tensione “speciale” (naturale) e nello scenario digitale sembra che sia questo il bisogno comunicativo a manovrare l’intera struttura mediale.

“Il termine specie viene dal latino species che significa parvenza, aspetto, visione; dalla sua radice provengono anche i termini speculum (specchio) e spectaculum (spettacolo). Il filosofo G. Agamben ci ricorda che «la specie di ciascuna cosa è la sua visibilità. Speciale è l’essere che coincide col suo rendersi visibile, con la propria rivelazione». Pertanto, una persona speciale non è qualcuno che si distingue per la sua diversità, ma quella che è più aderente alla specie.” Per diventare “persone speciali” bisogna, quindi, comunicare con le intenzioni della trasparenza e della sincerità.

I social network hanno successo perché permettono di auto-presentarci e di auto-rappresentarci; riescono a mettere insieme il bisogno di mostrarsi e l’appartenenza ad una determinata specie (umana). I social media funzionano proprio grazie alla cattura della specificità: ogni social ha precise regole che indicano come bisogna mostrarsi, chiedono una trasparenza radicale, un’esposizione totale a prescindere dalle intenzioni di protezione della privacy.” Fanno successo, infatti, coloro che continuamente mettono in mostra se stessi. 

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Le norme che regolano i modi di presentarsi e di rappresentarsi, però, non son sempre espressioni etiche ma, il più delle volte, sono dei veri e propri meccanismi commerciali con lo scopo di “modellizzare economicamente” i soggetti e le relazioni. “Nel web 2.0 lo spettacolo della specie umana sembra sia diventano una merce.

La comunicazione pastorale non può appiattirsi ad esibizione da palcoscenico. Il successo comunicativo della Chiesa non dipende dai criteri di ostentazione; la logica del mostrare continuamente se stessi, di pubblicare quello che si fa, può farci dimenticare che dall’altra parte, ad ascoltare e a leggere le nostre esibizioni, c’è qualcun altro che, oltre che ad essere informato, desidera essere ascoltato, attenzionato, aiutato.

Ecco che diventa necessario cominciare a pensare come “rinegoziare questi termini di servizio”. La comunicazione della Chiesa ha bisogno di un suo modello comunicativo. “Se la nostra esigenza è quella di comunicare, di mostrare noi stessi e raggiungere gli altri, se pensiamo che questa esigenza sia un diritto inalienabile, come quello degli uccelli di cantare”, allora dobbiamo creare scenari sociali “che non diventino gabbie per il benessere economico di qualcun altro”, ma vere comunità di incontro, partecipazione e relazione.

Alessandro Palermo (amandil5)

Riferimenti al testo: Ippolita, “Anime elettriche. Riti e miti social”, Jaca Book, Milano 2016.

 

 

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