Custodire e promuovere la “DINAMICA SOCIAL”

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A determinare la pastorale digitale non è la tecnologia ma il cuore dell’uomo, tuttavia a determinarla è anche la “dinamica social”, dinamica che oggi rischia di essere inquinata dalle troppe logiche commerciali.

Tra i vari social networks Facebook è il più social perchè le sue dinamiche comunicative esigono condivisione, partecipazione e confronto. Chi decide di “accedere” a Facebook lo fa perchè vuole condividere e partecipare, agli altri utenti, la propria vita (qualcosa di suo). Dunque, la motivazione che mantiene in vita un profilo privato di Facebook è il bisogno di relazione; infatti, attivare un profilo ma non essere disposti alla condivisione e alla partecipazione della propria vita e della vita dell’altro, inevitabilmente renderà inutile la presenza digitale e di conseguenza causerà l’abbandono del profilo.

Nello scenario dei social le persone ci sono perchè vogliono parteciparsi a vicenda, ma si sceglie anche di “esserci” per precisi interessi, presenze spesso organizzate con particolari strategie. Tra questi svariati interessi hanno una particolare presenza quelli commerciali. Aziende e organizzazioni strutturano la loro presenza digitale all’interno dei social network perché vogliono “partecipare” (pubblicizzando) il loro “prodotto” – che può essere anche un’idea, un opinione, un informazione – semplicemente per mostrare l’immagine della propria azienda e, ovviamente, per vendere il loro prodotto. Dinamiche queste già presenti nella vita offline, dinamiche umane quindi che naturalmente trovano spazio anche negli spazi sociali della rete.

Facebook si è sviluppato e si è affermato in tutto il mondo, in maniera così capillare, perchè è una multinazionale orientata al profitto, quotata in Borsa per un controvalore di 320 miliardi di dollari. È bene essere chiari: la logica di chi gestisce e comanda Facebook è commerciale e secondo la logica commerciale ogni media, prima di essere un social, è uno strumento, da utilizzare per i propri e personali interessi economici. Le strategie commerciali, però, nelle piattaforme dei social network trovano, appunto, il “potenziale social” e grazie a questo riescono a strutturare efficacemente le loro campagne.

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In seguito al terremoto che colpì il Nepal nell’aprile 2015, M. Zuckerberg lancia un’applicazione che permise con un semplice click di inviare una donazione a favore delle vittime del disastro. Per festeggiare la sentenza della Suprema Corte americana, che dichiarò legali i matrimoni omosessuali nel giugno 2015, Facebook offrì agli utenti la possibilità di usare un’applicazione che rendeva arcobaleno la loro immagine del profilo. In occasione degli attentanti di Parigi, dello scorso 13 novembre 2015, Facebook ha proposto un’applicazione che ci informava su chi, tra i nostri amici, si trovava a Parigi e la possibilità di colorare, la propria foto del profilo, con i colori della bandiera francese. Siamo di fronte a tre precise e vincenti strategie comunicative perchè costruite grazie alle potenzialità della “dinamica social”. Strategie pienamente umane (scelte, attivate e sperimentare) e potenziante grazie agli ingranaggi e ai linguaggi con cui è stato pensato Facebook.

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Tre azioni quindi che, a prima vista, appaiono iniziative nobili e solidali ma in realtà, se le osserviamo con attenzione, sono inzuppate di motivazioni commerciali. Infatti, in merito all’applicazione che invitava a fare donazioni alle vittime del terremoto in Nepal, cliccando sul tasto non si veniva indirizzati al sito della Croce Rossa, o di qualche organizzazione no profit, ma ad una particolare sezione di Facebook detta “money”, e una volta entrati si era invitati a lasciare i dati della propria carta di credito. Per festeggiare la dichiarazione legale dei matrimoni omosessuali in America, l’applicazione che rendeva “arcobaleno” il proprio profilo servì per recuperare dati sulle preferenze sessuali, pezzi preziosi di un puzzle a beneficio degli inserzionisti pubblicitari. Con il massacro terroristico a Parigi, l’applicazione “dove ti trovi” e “come stai” di Facebook fu di grande aiuto, ma furono diffuse informazioni senza il consenso dei singoli utenti perché chiunque si trovava nella capitale francese veniva segnalato agli amici, anche quando non aveva in nessun modo dichiarato la sua posizione, e con tali informazione, inoltre, sembra che si sia amplificata una pressione psicologica. Dovrebbe venire naturale porsi l’interrogativo: perché tanto movimento solo per alcuni attentati? Quali eventi sono più gravi e più importanti? E chi stabilisce una gerarchia di urgenze?

I nostri social network corrono il rischio di perdere la loro “dinamica social”, il “perché” del loro successo, il loro potenziale umano che è fondamentale per ogni azione pastorale.  Vivono nel costante rischio di inquinarsi, di trasformare la condivisione, la partecipazione e la relazione in fredde e “disumane” strategie commerciali. Pertanto, è possibile veramente uno sviluppo social, oppure saranno destinati a diventare dei monologue media? La dinamica social avrà ancora una sua presenza oppure si affermerà, ancora una volta, la comunicazione top-down tipica dei mass media (radio, tv, giornali) in cui il destinatario diventa un bersaglio da bombardare con qualunque messaggio?

Alessandro Palermo (@amandil5)

(riferimenti all’articolo di Federico Mello “Facebook non è interessato al tuo sgomento per la tragedia di Parigi ma ai tuoi dati personali”, del 16 novembre 2015 pubblicato da Huffingtonpost)

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